Lavorare su di Sé: il ritorno alla propria origine

Pubblicato il 22 novembre 2025 alle ore 13:59

Lavorare su di Sé: il ritorno alla propria origine

 

Siamo esseri abituati a osservare l’esterno come se fosse l’unico luogo capace di offrirci risposte. Ogni giorno la nostra attenzione si disperde in mille direzioni: ciò che fanno gli altri, ciò che ci accade intorno, ciò che vorremmo controllare ma non possiamo.

Viviamo proiettati verso ciò che è fuori, come se il senso della nostra esistenza fosse custodito nella distanza, nel movimento, nel “là”.

 

Ma c’è un momento — spesso impercettibile ma determinante — in cui la vita ci invita a invertire il flusso.

Un momento in cui tutto ciò che accade fuori non basta più.

Un momento in cui sentiamo che l’unico vero viaggio è quello che scende verso l’interno, verso la radice invisibile da cui emerge ogni nostra esperienza.

 

L’ingresso nel mondo interiore

 

Guardare dentro non è un gesto mentale: è un atto sacro.

È come varcare una soglia e ritrovarsi in un territorio ancestrale, fatto di sensazioni, intuizioni, emozioni che hanno atteso per anni di essere viste.

Scopriremo che dentro di noi c’è uno spazio immenso, più ampio di qualsiasi orizzonte esterno. Uno spazio profondo, stratificato, misterioso, che non ha fine.

 

Eppure, per entrare in questo spazio, serve un primo gesto semplice ma rivoluzionario:

rinunciare alla lamentela e al giudizio.

 

Il potere della rinuncia consapevole

 

La lamentela e il giudizio non sono solo comportamenti: sono frequenze.

Ogni volta che ci lamentiamo, ci sintonizziamo su una vibrazione di mancanza, di resistenza, di blocco. Ogni giudizio che formuliamo — verso noi stessi o verso gli altri — crea una separazione, abbassa la nostra energia e ci distoglie dal presente.

 

Questi due meccanismi costruiscono un vortice ricorrente, un loop emotivo-mentale che ci trattiene nelle stesse dinamiche, negli stessi pensieri, nelle stesse paure.

È come camminare in cerchio senza accorgercene.

 

La scelta di interrompere questo ciclo è molto più di un esercizio:

è un atto di liberazione.

 

Quando smettiamo di giudicare e lamentarci, accade qualcosa di estremamente sottile ma potente: il rumore interno si placa.

E nel silenzio che emerge, possiamo finalmente percepire ciò che vibra sotto la superficie.

 

Il silenzio come maestro

 

Dentro quel silenzio scopriamo cosa significa davvero lavorare su di sé:

non “aggiungere” qualcosa, ma togliere.

Togliere il superfluo mentale.

Togliere le reazioni automatiche.

Togliere le narrazioni che ci siamo raccontati per anni.

 

Il vero lavoro non consiste nel cambiare ciò che siamo, ma nel rivelare ciò che da sempre esiste oltre il rumore: la nostra natura più autentica.

 

È qui, in questa quiete, che iniziamo a percepire:

• emozioni dimenticate che chiedono accoglienza,

• parti di noi che sono state messe a tacere,

• ferite che non aspettavano altro che essere viste,

• intuizioni profonde che emergono come lampi di verità.

 

Non si tratta più di capire… si tratta di sentire.

 

La profondità non mente

 

Scendere dentro di sé è un processo che non permette maschere: ogni volta che ci addentriamo un po’ di più, smascheriamo ciò che è falso e riportiamo alla luce ciò che è reale.

È un ritorno alla trasparenza, alla nudità interiore, alla sincerità con se stessi.

 

E mentre osserviamo ciò che emerge senza giudizio, senza fretta, senza pretendere che sia diverso, qualcosa dentro di noi comincia a sciogliersi.

Le tensioni si allentano.

I conflitti si scompongono.

La personalità si riorganizza attorno a una nuova calma.

 

La trasformazione come conseguenza, non come sforzo

 

Il punto più profondo del lavoro su di sé è forse questo:

la trasformazione non avviene perché la inseguiamo, ma perché ci predisponiamo a riceverla.

 

Quando interrompiamo il loop di bassa frequenza fatto di lamentele e giudizi, permettiamo all’energia interiore di elevarsi.

E una frequenza più alta porta automaticamente chiarezza, intuizione, amore, comprensione, presenza.

 

Non abbiamo cambiato il mondo:

abbiamo cambiato il modo in cui lo percepiamo.

 

E in quel cambiamento, ogni cosa intorno a noi assume una nuova forma.

 

Il ritorno alla sorgente

 

Lavorare su di sé non è un compito da svolgere, ma un ritorno.

Un ritorno alla sorgente da cui nasce la nostra autenticità, il nostro sentire, la nostra verità.

 

È un processo continuo, vivo, che si approfondisce a ogni respiro, a ogni presenza, a ogni scelta di interrompere un automatismo e tornare al centro.

 

E quando impariamo a vivere da quel centro, l’esterno non è più un luogo in cui perderci, ma un luogo attraverso cui esprimerci.

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