Dipendenze: quando fuggiamo da noi stessi e dalla nostra anima
L’uso di alcool, tabacco e sostanze più pesanti viene spesso raccontato come un vizio, una debolezza, un’abitudine. Ma dietro ogni dipendenza si nasconde qualcosa di infinitamente più complesso e umano: un tentativo disperato di non rimanere soli con noi stessi.
La società ci abitua a correre, a produrre, a distrarci. Siamo pieni di cose da fare, di doveri, di schermi, di rumori. Ci muoviamo continuamente come se la quiete fosse pericolosa. E per molte persone lo è davvero: il silenzio diventa un luogo scomodo, quasi insopportabile. In quel silenzio emergono le parti di noi che abbiamo trascurato per anni.
La paura del proprio interno
Ci sono individui che vivono un terrore sottile – e spesso inconscio – all’idea di entrare in contatto con la propria interiorità. Non perché manchi la forza, ma perché mancano gli strumenti, le parole, l’abitudine. Stare da soli con se stessi può significare incontrare emozioni sepolte, sensazioni irrisolte, memorie che ancora bruciano.
La mente, pur di evitarlo, crea infinite strategie: la distrazione, la dipendenza affettiva, il lavoro compulsivo… e poi, ovviamente, le sostanze. L’alcool che allenta, il fumo che calma, gli oppiacei che ovattano, le droghe che distorcono. Ogni sostanza diventa un ponte attraverso il quale ci allontaniamo da noi stessi per pochi minuti, poche ore, o intere vite.
Ma non esiste sostanza che possa cancellare ciò che siamo: può solo disinnescarlo momentaneamente, come un anestetico.
Il vuoto che fa paura
Molti non consumano per piacere, ma per evitare. Evitare quel vuoto interiore che sembra inghiottire. Evitare la solitudine che, in realtà, non è altro che una richiesta d’ascolto da parte dell’anima.
Perché il vero motivo della dipendenza è questo: non sapere come rimanere presenti nella propria presenza.
Quando non abbiamo una radice interiore, quando non abbiamo contatto con il nostro centro, qualsiasi emozione ci appare troppo grande, qualsiasi pensiero troppo rumoroso. E allora scappiamo. Ed è in quella fuga ripetuta che si instaurano le dipendenze.
La dimensione spirituale: il richiamo dell’Anima
C’è un punto profondo che spesso dimentichiamo: le dipendenze non parlano solo di psicologia. Parlano anche di spiritualità.
Ogni dipendenza è una distanza creata tra noi e la nostra Anima.
È un muro sottile ma costante che separa la parte più autentica e luminosa da quella più fragile e spaventata.
L’Anima non urla. Non pretende. Non giudica.
L’Anima chiama.
E ogni volta che la ignoriamo, che scegliamo una scorciatoia, che mettiamo un anestetico tra noi e la nostra verità interiore, quel richiamo diventa ancora più urgente.
La dipendenza è, in un certo senso, il sintomo di un risveglio mancato.
È una richiesta di contatto travestita da fuga.
Il momento del ritorno a sé
Guarire da una dipendenza non è soltanto eliminare una sostanza.
È attraversare un confine.
È tornare a casa, lentamente, senza fretta, senza giudizio.
Il cammino è fatto di piccoli atti di coraggio:
il primo minuto di silenzio senza scappare,
la prima emozione osservata senza reprimerla,
la prima notte in cui non ci rifugiamo nell’automatismo.
E poi accade qualcosa.
Quando la fuga si interrompe anche solo per un istante, l’Anima ricomincia a parlare.
Non con parole, ma con presenza.
Con un senso di radicamento che non sapevamo di avere.
Con una pace sottile che non deriva dall’esterno, ma da dentro.
Il silenzio come cura
Il silenzio non è vuoto.
È uno spazio sacro in cui la coscienza può finalmente respirare.
Le dipendenze temono questo silenzio, perché nel silenzio non possono esistere.
Solo la verità può.
E la verità, per quanto a volte faccia male, è l’unica porta che ci porta alla libertà.
La libertà come pratica spirituale
Liberarsi da una dipendenza significa tornare trasparenti a noi stessi.
Significa lasciare che il dolore non sia più un nemico, ma un maestro.
E soprattutto significa comprendere che non siamo le ferite che cerchiamo di evitare, ma la Coscienza che può contenerle.
La guarigione è un atto spirituale.
Non perché riguarda credenze o tradizioni, ma perché è un ritorno alla nostra essenza.
E la nostra essenza non ha bisogno di sostanze per esistere:
ha bisogno di presenza, di respiro, di verità.
Conclusione
Le dipendenze iniziano come una carezza anestetica e finiscono come una catena.
Ma la porta della libertà rimane sempre la stessa: quella che conduce dentro di noi.
E quando finalmente riusciamo a varcarla, scopriamo che nel silenzio che tanto temevamo c’era esattamente ciò che stavamo cercando:
un contatto profondo, autentico, trasformante con la nostra Anima.
Aggiungi commento
Commenti