L’Ego Spirituale: quando la spiritualità diventa una nuova maschera dell’identità

Pubblicato il 27 dicembre 2025 alle ore 09:20

L’Ego Spirituale: quando la spiritualità diventa una nuova maschera dell’identità

 

Nel percorso di risveglio e lavoro interiore esiste una trappola sottile, spesso invisibile a chi la vive: l’ego spirituale.

È una fase comune, quasi inevitabile, e proprio per questo raramente riconosciuta. Non nasce da cattive intenzioni, ma da un fraintendimento profondo del senso stesso della spiritualità.

 

Molte persone, stanche di soffrire, deluse dalle dinamiche della vita ordinaria o sopraffatte dal dolore emotivo, rivolgono lo sguardo verso il mondo spirituale non per attraversare la sofferenza, ma per evitarla. La spiritualità diventa così una via di fuga raffinata, una nuova forma di protezione dell’identità.

 

In questo passaggio, l’ego non viene dissolto.

Viene semplicemente trasferito.

 

 

Dall’ego ordinario all’ego spirituale

 

Quando l’identificazione con la personalità “classica” inizia a scricchiolare — ruoli sociali, successo, immagine, controllo — l’ego cerca un nuovo territorio in cui sopravvivere.

E la spiritualità, con il suo linguaggio elevato e i suoi concetti sottili, è un rifugio perfetto.

 

Così accade che:

• l’ego non si identifica più come “persona ferita”,

• ma come “persona spirituale”,

• non più come “chi soffre”,

• ma come “chi ha capito”.

 

È un cambio di maschera, non una liberazione.

 

La vecchia identificazione viene sostituita da una nuova:

 

“Non sono più questo corpo e questa mente… sono un essere spirituale.”

 

Ma chi sta dicendo questo?

Chi si sta attribuendo questa definizione?

 

 

La spiritualità come identità invece che come dissoluzione dell’identità

 

Il punto cruciale è questo:

la vera spiritualità dissolve l’identificazione, l’ego spirituale la raffina.

 

Quando la spiritualità viene usata come identità:

• nasce il bisogno di sentirsi “più consapevoli” degli altri,

• si crea una distanza sottile tra “chi è sveglio” e “chi dorme”,

• si sviluppa un senso di superiorità silenzioso, spesso mascherato da compassione.

 

Frasi come:

“Io vibro alto”

“Io non sono più toccato dalle emozioni basse”

“Io ho superato l’ego”

 

possono diventare segnali di una nuova identificazione, più elegante ma non meno limitante.

 

L’ego spirituale non combatte più apertamente.

Si nasconde dietro concetti di luce, amore, unità e non-dualità.

 

 

La fuga dalla sofferenza: il vero motore dell’ego spirituale

 

Uno degli aspetti più importanti da comprendere è che l’ego spirituale nasce quasi sempre da una resistenza al dolore.

 

Invece di:

• attraversare la ferita,

• sentire pienamente la paura,

• abitare il vuoto,

• accogliere la fragilità,

 

si cerca di elevarsi al di sopra dell’esperienza umana.

 

La spiritualità diventa così:

• dissociazione invece che presenza,

• negazione invece che integrazione,

• luce usata per non guardare l’ombra.

 

Ma ciò che viene evitato non scompare.

Rimane attivo nell’inconscio e continua a governare le scelte, le relazioni e le reazioni.

 

 

“Io sono oltre”: la trappola più sottile

 

Una delle affermazioni più pericolose dell’ego spirituale è:

 

“Io sono oltre.”

 

Oltre le emozioni.

Oltre il dolore.

Oltre i conflitti.

Oltre la rabbia.

 

Ma finché esiste qualcuno che dice di essere “oltre”, esiste ancora un centro identificato.

 

Il vero superamento non è l’assenza dell’esperienza umana, ma la non-identificazione con essa.

Non è non provare, ma non essere ciò che si prova.

 

 

Ego spirituale e disidentificazione: la differenza chiave

 

La disidentificazione autentica:

• non crea un nuovo personaggio,

• non ha bisogno di definirsi,

• non cerca conferme,

• non si proclama risvegliata.

 

L’ego spirituale invece:

• ama parlare di consapevolezza,

• ha bisogno di riconoscimento,

• misura il proprio “livello”,

• osserva gli altri dall’alto verso il basso.

 

La disidentificazione è silenziosa.

L’ego spirituale è narrativo.

 

 

Quando la spiritualità diventa un nuovo controllo

 

Un altro segnale dell’ego spirituale è l’uso della spiritualità per controllare l’esperienza:

• reprimere emozioni “non spirituali”,

• evitare conflitti in nome della “pace”,

• giustificare distanze emotive come “distacco”,

• usare concetti elevati per non sentire.

 

In questo modo, la spiritualità non libera: anestetizza.

 

 

Il vero lavoro interiore non evita l’ombra

 

Il vero lavoro interiore non consiste nel diventare “più luminosi”, ma nel diventare più veri.

 

La luce autentica non nasce dal rifiuto dell’ombra, ma dalla sua integrazione.

Ogni parte non vista chiede attenzione, non elevazione.

 

L’ego spirituale vuole salire.

La coscienza autentica scende.

 

Scende nel corpo.

Scende nell’emozione.

Scende nella vulnerabilità.

 

E proprio lì avviene la trasformazione.

 

 

La dissoluzione dell’ego spirituale

 

L’ego spirituale non va combattuto.

Va visto.

 

Nel momento in cui viene riconosciuto:

• perde forza,

• perde centralità,

• perde il bisogno di affermarsi.

 

Non serve smettere di parlare di spiritualità.

Serve smettere di usarla per definirsi.

 

Quando cade anche questa identificazione, resta ciò che non ha bisogno di nome:

la presenza, l’essere, la coscienza.

 

 

La vera spiritualità è incarnata

 

La spiritualità autentica non separa dal mondo, ma lo abita completamente.

Non rende “migliori”, ma più umani.

Non elimina il dolore, ma lo attraversa con consapevolezza.

 

Quando non c’è più nessuno che deve essere spirituale,

quando non c’è più nessuno che deve dimostrare di aver capito,

quando non c’è più identità da difendere,

 

resta solo ciò che è.

 

E questo è il punto in cui la spiritualità smette di essere un concetto

e diventa vita vissuta.

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