Quando la spiritualità smette di essere viva
La trappola sottile della spiritualità automatica
C’è un momento nel percorso interiore in cui qualcosa inizia a scricchiolare.
Le pratiche continuano, le parole sono quelle giuste, i concetti sono elevati…
eppure la vita non si muove più.
Non c’è più vera domanda.
Non c’è più rischio.
Non c’è più verità che brucia.
È qui che nasce ciò che potremmo chiamare spiritualità automatica.
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La meditazione come mezzo, non come identità
La meditazione, nella sua funzione originaria, è uno strumento di osservazione.
Serve a creare spazio tra:
• il corpo e chi lo sente
• l’emozione e chi la attraversa
• il pensiero e chi lo osserva
Da questo spazio nasce il testimone.
Ma quando la meditazione diventa:
• un’etichetta (“io sono uno che medita”)
• un rifugio
• una performance interiore
allora perde la sua funzione liberatoria
e diventa una nuova forma di identificazione.
Non è più uno strumento.
È un’immagine di sé.
E ogni immagine di sé, anche la più luminosa, è una prigione.
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La nuova gabbia dorata della spiritualità moderna
Molte correnti spirituali contemporanee non chiedono più di vedere,
ma di credere bene.
Si ripetono frasi come:
• “È tutto amore”
• “È solo ego”
• “Se vibra basso, lascialo andare”
• “Devi solo restare nella luce”
Parole che nascono da intuizioni autentiche
ma che, ripetute senza presenza, diventano automatismi mentali.
In quel momento accade qualcosa di sottile:
• il dubbio viene scartato
• il disagio viene spiritualizzato
• la domanda viene silenziata
La spiritualità non libera più.
Seduce.
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Quando smettiamo di farci domande
Il segnale più chiaro che una via è diventata automatica
non è l’errore…
ma l’assenza di interrogazione.
Quando:
• non ti chiedi più “è vero per me?”
• non senti più attrito
• non ti senti mai messo in discussione
allora non stai crescendo:
stai stabilizzando un’identità spirituale.
Ma la coscienza non è stabile.
È viva.
E ciò che è vivo disturba sempre un po’.
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Smontare senza distruggere
Smontare la spiritualità automatica non significa rifiutare la spiritualità.
Significa togliere la spiritualità dall’ego.
Non si tratta di:
• abbandonare le pratiche
• negare le esperienze
• giudicare chi è in una fase diversa
Ma di tornare a una domanda semplice e spietata:
👉 Questo mi rende più presente o mi dà solo una storia rassicurante?
Se una pratica:
• ti allontana dal corpo
• ti separa dall’emozione
• ti mette “sopra” invece che “dentro”
non è evoluzione.
È evasione raffinata.
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La spiritualità che non consola
La spiritualità autentica:
• non ti protegge dal dolore
• non ti mette al sicuro
• non ti rende speciale
Ti rende nudo.
Ti riporta qui.
Ti costringe a sentire ciò che è reale.
E soprattutto:
👉 non ti dà risposte definitive
Ti restituisce una cosa molto più preziosa:
la capacità di restare nella domanda senza scappare.
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Dalla pratica alla presenza
A un certo punto del percorso, la pratica non serve più a “fare”.
Serve a ricordare.
Ricordare che:
• non sei il corpo, ma lo attraversi
• non sei l’emozione, ma la senti
• non sei il pensiero, ma lo osservi
Quando questo è chiaro, la vera spiritualità non è più una disciplina.
È incarnazione.
È come vivi.
Come parli.
Come ami.
Come resti quando non c’è più nessuna tecnica a cui aggrapparti.
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Tornare alla verità viva
La spiritualità smette di essere viva
nel momento in cui smette di essere onesta.
Non con gli altri.
Con se stessi.
Smontarla con amore significa questo:
• togliere ciò che è meccanico
• lasciare ciò che è vero
• accettare di non sapere
Perché la coscienza non chiede certezze.
Chiede presenza.
E la presenza non è mai automatica.
È sempre nuova.
Sempre viva.
Sempre adesso.
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